‘Cosa significa “amare”?’, chiese il nipote al nonno.

Il nonno, sorridendo, rispose: ‘Cosa significa “non amare”?’

‘Beh, non essere interessati ad una persona, non cercarla, non pensarla, non desiderarla’, rispose il nipote.

‘Quindi amare è il contrario di quello che hai appena detto’.

‘Ma non mi sembra così semplice..’, obietto il giovane.

‘Per l’appunto è l’unica cosa che sappiamo dell’amore; non è semplice, non è, mai, semplice, anzi è alquanto complicato.’

Ad A piace B. ma è innamorato di C, la quale si muove di moto uniforme.

Uniformemente distanziato da A.

B sta con D e non conosce C, presagisce una certa forma, l’avverte, la sperimenta. Comunque B, maledetta bastarda com’è, sfiora, e ripetutamente, A.

Questo strofinio epidermico provoca turbamento ad A, che in quel momento si svuota di tutto, sopratutto di C.

E lì cominciano i casini.

Perchè, complici stati alcolici alterati, B cerca di baciare A.

Per quanto possa essere stato contronatura, A ferma B, in nome di D.

Io con D ci sto bene ma è te che voglio, dice B.

Troppe variabili: un eccesso di dati crea solo confusione.

Nel luogo in cui è stato commesso il misfatto A alza la testa al cielo, guarda le stelle e si rende conto di essere molto più complicato di quello che pensasse.

Si rende conto che tutto è molto più complicato di quello che sembra.

Perfino il semplice ordine delle lettere alfabetiche può essere messo in discussione.

Viene prima la B o la C?

“Sei una incompetente!”, si sentiva gridare dal corridoio.

“Possibile che tu non sappia fare una cosa una cosa semplice come quella che ti ho chiesto?”, continuava a fuoriuscire una voce spezzata, furibonda.

Ciò che si udì dopo furono solo momenti di silenzio, acuto, assordante.

Questo silenzio fu spezzato dal cigolìo della porta che si apriva e dalle lacrime copiose che rigavano il volto di colei che aveva compiuto il misfatto.

“Eccoci di nuovo”, pensò fra se e se  Federica.

Read more…

Mi hanno sempre detto che ero una bella ragazza. È da quando avevo 14 anni che gli uomini ci provano con me e, sinceramente, all’inizio era dura.

Dura perché quando sei all’inizio di un percorso, di un cammino, è come fare un salto nel vuoto.

Mica l’ho chiesto io di essere bella!

All’inizio pensavo che fosse una maledizione.

E se poi non fosse quello giusto? E se poi volesse solo portarmi a letto? Qualcuno ha un bignami degli uomini?

Comunque, alla fine ho capito.

Ho capito che aveva ragione Oscar Wilde.

“L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile; prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione.”

Mi sono risvegliata tante, troppe volte, nuda, nel letto, umori liquidi, miei e non, miscelati e filtrati nella mia anima.

Dentro e fuori il mio corpo.

Contessa miseria.

Non avrei più permesso a nessuno di passarmi attraverso.

Se la bellezza è un dono che deve essere restituito, e pensavo fosse una maledizione, volevo tramutarla in un incubo per gli altri.

E così fu.

Cominciai a lasciare perdere le relazioni auto-distruttive e ad uscire con compagnie buone.

D’altronde mia madre mi aveva instillato una educazione ferrea, tipica dei nostri tempi.

Mi ripeteva spesso, quando mi vedeva uscire con quei disperati, che non mi meritavano.

Mi diceva sempre: “è un vero peccato non monetizzare quel corpo che hai. Tu non dovresti neanche lavorare!”

Fu così che una serata, in un aperitivo in villa con piscina, conobbi Matteo. Quando mi vide uscire dalla piscina mi puntò come un cane da caccia e venne dritto verso di me.

Si presentò e cominciammo a conoscersi.

Era bellissimo. Un fisico scolpito. Alto, moro e con gli occhi verdi.

Venne fuori che era uno scrittore. Che come tutti aveva cercato di rifilare il suo romanzo – appassionante, ripeteva continuamente – a qualunque casa editrice volesse pubblicarlo, ma non aveva mai ricevuto risposte.

“Ti presento mio fratello”, mi disse.

“È il proprietario della casa”, aggiunse.

E fu così che il fato spinse Simone proprio dove eravamo noi.

Simone era completamente diverso da suo fratello. La stretta di mano era blanda e non era alto quanto lui, benché non fosse basso. Una incipiente calvizie denotava un senso di pingue professionalità, trasudante anche dal suo abbigliamento particolarmente opprimente nei colori.

Gli occhi erano marroni, ed era biondo. Lui aveva preso da sua madre mentre Matteo da suo padre, mi disse quest’ultimo più tardi nella serata.

Simone mi mangiava con gli occhi.

Mi portò immediatamente nella vastità della sua casa sperando che perdessi l’equilibrio nelle vertigini di ciò che mi prometteva.

Mi continuava a ripetere che mi voleva sposare, che tutto questo era già suo, che lui era già mio.

Poi mi accompagnò in garage e di fronte ad una schiera di macchine prese la ferrari per arrivare giù alla loro spiaggia privata, quella di famiglia, dove mi raccontò che lui era il successore di suo padre in una importante azienda e che suo fratello aveva preferito coltivare ridicoli sogni invece che il pragmatismo imperante nella sua famiglia.

Aveva un moto di repulsione misto a schifo quando parlava del lavoro di suo fratello, o meglio del suo “non lavoro” come lo chiamava lui.

Pochi mesi dopo stavo organizzando il nostro matrimonio, a Portofino, nella loro villa di famiglia.

Ero al terzo mese di gravidanza, bisognava fare presto perché era assolutamente impensabile che potessi partorire senza essersi sposati prima.

Ti immagini i nonni? Sarebbero potuti morire.

Simone decise che non ci doveva mancare nulla, e lavorava come un ossesso quasi come se i soldi non bastassero mai.

Una sera che rientrò in casa abbastanza presto mise una mano sulla pancia e mi chiese se il dottore mi avesse detto il sesso del nascituro.

“È un maschietto”, gli dissi.

“Chissà come diventerà da grande”, domandò.

Alto, moro e con gli occhi verdi.

 

Dal blog al microblog.
Dalla deframmentazione di Pensieri Interrotti è nato il suo tumblr.
Son cose.

A tutti quelli che…

… non hanno retto la pressione e…

… si sono venduti l’anima.

… hanno creduto il cuore solo un organo del corpo umano.

… hanno scambiato i sentimenti per il cuore.

… hanno scambiato il cuore come luogo di residenza dei sentimenti.

… mi hanno pugnalato alle spalle, giustificandosi preventivamente.

… alle persone perdute, e che sto perdendo.

… “domani voglio stare meglio”, ma intanto rendo la vita impossibile, a te, oggi.

… mi hanno fatto perdere la logica.

… mi hanno deluso. Read more…

Premessa: da leggere in fondo, dopo aver letto il racconto.

“Devo smetterla di pensare a lui in maniera così spudorata”, ripeteva ossessivamente fra sé e sé Luca.

“Oh, sveglia!”, gli urlò contro Sara.

La quale continuò:

“Che hai? stamattina sei imbambolato, sono un po’ di giorni che ti vedo assente, starai mica prendendo l’influenza?”, la voce di Sara assumeva un tono preoccupato, materno.

“Sono solo un po’ stanco, sarà l’autunno, magari l’inizio dell’inverno, non so…”, rispose Luca.

“Seeee, non è che magari ieri abbiamo fatto i bagordi e abbiamo qualcuna per la testa?”, domanda Sara ammiccando con l’occhio destro e colpendo ripetutamente, e dolcemente, col gomito Luca.

“Magari! Non ci hai mai portato a far vedere una ragazza, le custodisci gelosamente!” disse la collega Simona, che passava di lì per caso ed aveva captato la conversazione per sbaglio.

“Sono quasi dieci anni che lavoriamo insieme!”, aggiunse.

“Beh…”, Luca non fece in tempo a dire questo che:

“Allora vedi che c’è qualcuna!”, urlò Sara.

“Racconta, racconta!”, incalzò.

Read more…

La mia prima volta è stata bellissima. certo, ero agitato, non sapevo bene come fare, avevo paura di sbagliare.

Penso che sia un pensiero comune, che la successiva esperienza rende tutto più facile.

E come tutti, ho cercato informazioni da persone più esperte, da gente che ci era già passata. e per fortuna ho avuto una persona che mi ha spiegato come fare.

“Vedi, non è difficile. lo so che si dice sempre così e che hai paura di sbagliare come l’hanno tutti, ma rilassati e vedrai che andrà tutto bene.”

Poi, con ampi gesti mi ha illustrato i movimenti, mi ha fatto vedere quali erano le cose da fare o da non fare, come fare per ottenere quello o quell’altro, a seconda delle situazioni.

“…e poi, spingi!, spingi come un dannato su quelle gambe!”, come ultimo consiglio.

E allora così ho fatto. ho seguito tutti i suoi consigli. ho ricalcato nella mia mente quali erano i suggerimenti che mi erano stati dati, e per ultima cosa, come fosse il coronamento di qualcosa o una ciliegina sulla torta, ho spinto.

Ho spinto sulle gambe con tutta la forza che avevo. ho spinto con tutto me stesso, avrei potuto giurare di sentire una forza improvvisa dentro di me divampare, e bruciare tutto.

E infine, come ricompensa di quella splendida prima volta, il suono che non dimenticherò mai in vita mia, per tutta la vita.

Non dimenticherò mai il suono che ha fatto il pallone toccando il terreno dietro i pali da Rugby, passandoci attraverso.

Avevo calciato con tutto me stesso, avevo messo tutti gli anni passati e l’esperienza maturata nel giocare a calcio per far andare quel pallone oltre i pali, segnando punti.

“Bravo!”, mi ha detto l’allenatore, un po’ sbigottito.

Mi sono girato e ho sorriso come un bambino che ha appena scoperto la felicità, e l’ha calciata lontano, oltre i pali.

Nonostante la pioggia e il campo pesante mi sono girato e sono andato a recuperare il pallone, insieme ad altri due, per potermi allenare ancora, e ancora, e ancora.

Tornato al posto, ho eseguito nuovamente il rito.

Il pallone deve essere messo sopra la piazzolina, con la punta indirizzata nel mezzo dei pali e leggermente inclinato verso di essa.

Il piede sinistro deve essere messo a lato del pallone e con il destro ho camminato all’indietro di tre passi in direzione dei pali, e da qui due passi laterali verso sinistra, a circa 45 gradi rispetto al pallone.

Ho guardato i pali, e poi sono sceso con lo sguardo fino alla palla. due brevi respiri, rincorsa e tiro.

Lo schiocco del pallone che parte è fragoroso, i metri sono tanti e ci vuole forza.

A quel punto puoi solo osservare la traiettoria, e nel caso vada tutto bene goderti il pallone che varca i pali.

Cosa che accade. mi giro di nuovo verso l’allenatore che non sa cosa dire. io invece sfodero un altro sorriso, non come il primo, ma comparabile.

Perché?

Perché se la prima volta è magica, la seconda potrebbe essere l’inizio di una lunga fila di sorrisi…

Poi, all’improvviso, compaiono le domande.

Sei lì, pensavi di aver preso un pezzetto, smontato, analizzato, smembrato, dissezionato, compreso, ricomposto, e messo da una parte.

L’iter, per quanto lungo e contorto, è questo. puoi sperimentare tutto il freddo di ciò che ti appresti a fare mentre si ghiaccia nelle vene, puoi essere vulnerabile a qualsiasi attacco, ma tant’è. questo l’iter è. e questo rimane.

Però, ogni tanto, queste piccole meraviglie rimangono contaminate da ciò che doveva essere e che tu, non sapendolo, non hai messo al sicuro, mai, e colpevolmente.

E quindi si ribellano, ti ricercano e non ti lasciano in pace fino a che non li metti a posto, fino a che, aggiustandoli, non metti a posto anche te.

E quindi, e quindi, e quindi…

Mi rendo conto della capziosità della cosa, ma…

Possibile che solo qualche manciata di metri abbiano reciso un filo così spesso? possibile che la verità fosse che, in realtà, non esisteva nessun filo? che non c’era connessione, non c’era compenetrazione, non c’era posizione, non c’era equilibrio, era solo tutto un traballare fra due posizioni antitetiche ed incociliabili.

Ma com’è possibile? come, è, realmente, fisicamente, possibile? cosa è stato? quando è stato che il suono delle tue parole ha preso il sopravvento sul significato? alle volte l’unica sensazione è che aspettassimo che il vento ci alzasse come se fossimo senza peso e ci portasse via, foglie al vento.

E poi quella parola tanto odiata…

Forse.

Eh, già.

Forse…

Ma l’ho capito sai? ho capito cosa volevi dirmi.

Forse, forse, forse…

L’ho capito sì.

Forse: ciò che non è azione, perché, appunto, è in “forse”. è dubitativa.

Ma forse, non era così, non sempre, non comunque. non a qualunque costo.

Forse, non ho preso tutto. Forse, sempre stato sovrappensiero. ma, Forse, sempre? sei certa?. Forse, non sono un buon esempio.

Forse, eccesso di lucidità. Forse, Cala violina.

Forse, mi sa che questo pezzetto l’ho sconfitto.

Oggi mi sento piegato da una forza invisibile che agisce sulla parte superiore del mio cranio che fa naturalmente flettere la testa nella sua interezza verso la mia sinistra e contemporaneamente mi giro sulla sedia per vedere il camino del palazzo di fronte buttare via sotto forma di sbuffi l’energia intrappolata in quel luogo cementificato.

Guardo la luce del sole sbattere violentemente contro le pareti color terra di siena e modificare così la sua lunghezza d’onda e disperdersi nell’ambiente circostante ambiente circostante che è poi anche la porta finestra che dà sulla mia camera ma che a me piace immagine come la porta di accesso alla “mia” non solo camera ma anche mente considerata come conscio e inconscio e andare così a portare un minimo di luce plasmata dal colore là dove prima c’era solo buio.

Scrivo mentre ascolto la musica una musica solo strumentale che però riesce ad essere ad essere anche voce una voce che da dentro si eleva e ti fa pensare alla persona che sta suonando il pianoforte e mentre lo sta facendo ti rendi conto che ciò che senti è la pressione che sta facendo quel pianista sui tasti perché tu sei, quei, maledetti, fottutissimi, tasti.

Osservo la gente entrare ed uscire le osservo mentre compiono tali azioni in dimensioni slegate dalla fisicità appartenente a questo mondo perché non ci salverà usare le moderne tecnologie se tali non sono in grado di trasmettere il calore umano che è l’unica cosa che viene recepita universalmente quando il tempo non cancella tracce di storia che non potranno mai essere cancellate mai perché la storia muta a seconda delle prospettive ma qui non ci sono né vinti né vincitori ci sono solo due perdenti che non hanno capito le regole del gioco e hanno voluto giocare lo stesso.

Tocco la fluidità delle note che attraversano i due emisferi della mia mente sperando che almeno loro possano darmi un po’ di sollievo un po’ di calma un po’ di stabilita anzi no la stabilita no perché quella c’è sempre qualsiasi cosa si faccia ma allora in cosa mi conviene sperare di ottenere?

Aspetto qualcosa ma non so cosa o forse lo so ma faccio di tutto per non saperlo per ricacciarlo giù perché è bene non aspettare nulla altrimenti si creano le aspettative e le aspettative sono una arma a doppio taglio e allora non aspettarti nulla ma quindi cosa fai? fai finta che non ci sia o che nessuno orbiti intorno a te? cinema o teatro? concerto o mostra? omicidio o suicidio?

Alla fine ti rendi quasi conto che è meglio immaginarsi che viversi, la vita è un continuo flusso che per quanto cerchi di bloccare ti trascinerà via e l’unica bravura è riuscire ad essere un bravo timoniere di te stesso mentre ammiri la bellezza del teatro romano di Fiesole e Petra Magoni canta The Great Gig in the Sky.

Forse io sono ancora là, con quella mano che si stringe nell’obliquità.