Mi hanno sempre detto che ero una bella ragazza. È da quando avevo 14 anni che gli uomini ci provano con me e, sinceramente, all’inizio era dura.
Dura perché quando sei all’inizio di un percorso, di un cammino, è come fare un salto nel vuoto.
Mica l’ho chiesto io di essere bella!
All’inizio pensavo che fosse una maledizione.
E se poi non fosse quello giusto? E se poi volesse solo portarmi a letto? Qualcuno ha un bignami degli uomini?
Comunque, alla fine ho capito.
Ho capito che aveva ragione Oscar Wilde.
“L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile; prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione.”
Mi sono risvegliata tante, troppe volte, nuda, nel letto, umori liquidi, miei e non, miscelati e filtrati nella mia anima.
Dentro e fuori il mio corpo.
Contessa miseria.
Non avrei più permesso a nessuno di passarmi attraverso.
Se la bellezza è un dono che deve essere restituito, e pensavo fosse una maledizione, volevo tramutarla in un incubo per gli altri.
E così fu.
Cominciai a lasciare perdere le relazioni auto-distruttive e ad uscire con compagnie buone.
D’altronde mia madre mi aveva instillato una educazione ferrea, tipica dei nostri tempi.
Mi ripeteva spesso, quando mi vedeva uscire con quei disperati, che non mi meritavano.
Mi diceva sempre: “è un vero peccato non monetizzare quel corpo che hai. Tu non dovresti neanche lavorare!”
Fu così che una serata, in un aperitivo in villa con piscina, conobbi Matteo. Quando mi vide uscire dalla piscina mi puntò come un cane da caccia e venne dritto verso di me.
Si presentò e cominciammo a conoscersi.
Era bellissimo. Un fisico scolpito. Alto, moro e con gli occhi verdi.
Venne fuori che era uno scrittore. Che come tutti aveva cercato di rifilare il suo romanzo – appassionante, ripeteva continuamente – a qualunque casa editrice volesse pubblicarlo, ma non aveva mai ricevuto risposte.
“Ti presento mio fratello”, mi disse.
“È il proprietario della casa”, aggiunse.
E fu così che il fato spinse Simone proprio dove eravamo noi.
Simone era completamente diverso da suo fratello. La stretta di mano era blanda e non era alto quanto lui, benché non fosse basso. Una incipiente calvizie denotava un senso di pingue professionalità, trasudante anche dal suo abbigliamento particolarmente opprimente nei colori.
Gli occhi erano marroni, ed era biondo. Lui aveva preso da sua madre mentre Matteo da suo padre, mi disse quest’ultimo più tardi nella serata.
Simone mi mangiava con gli occhi.
Mi portò immediatamente nella vastità della sua casa sperando che perdessi l’equilibrio nelle vertigini di ciò che mi prometteva.
Mi continuava a ripetere che mi voleva sposare, che tutto questo era già suo, che lui era già mio.
Poi mi accompagnò in garage e di fronte ad una schiera di macchine prese la ferrari per arrivare giù alla loro spiaggia privata, quella di famiglia, dove mi raccontò che lui era il successore di suo padre in una importante azienda e che suo fratello aveva preferito coltivare ridicoli sogni invece che il pragmatismo imperante nella sua famiglia.
Aveva un moto di repulsione misto a schifo quando parlava del lavoro di suo fratello, o meglio del suo “non lavoro” come lo chiamava lui.
Pochi mesi dopo stavo organizzando il nostro matrimonio, a Portofino, nella loro villa di famiglia.
Ero al terzo mese di gravidanza, bisognava fare presto perché era assolutamente impensabile che potessi partorire senza essersi sposati prima.
Ti immagini i nonni? Sarebbero potuti morire.
Simone decise che non ci doveva mancare nulla, e lavorava come un ossesso quasi come se i soldi non bastassero mai.
Una sera che rientrò in casa abbastanza presto mise una mano sulla pancia e mi chiese se il dottore mi avesse detto il sesso del nascituro.
“È un maschietto”, gli dissi.
“Chissà come diventerà da grande”, domandò.
Alto, moro e con gli occhi verdi.